«C’è la certezza che in Africa molti milioni di persone sprofonderanno sempre più nella miseria: se non si interviene con un forte piano di emergenza ci sono forti rischi di guerre civili, se non di guerre estese».É l’allarme lanciato lo scorso 10 marzo da Dominique Strauss-Kahn, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, al summit che ha radunato a Dar es Salaam (Tanzania) i ministri delle finanze dei 53 paesi che compongono il continente africano.Strauss- Kahn, che non è certo un pericoloso rivoluzionario, ha aggiunto che «se la comunità internazionale ha trovato centinaia di miliardi di dollari per affrontare la crisi globale, non è ammissibile che non possa trovare qualche centinaio di milioni (meno di quanto ha investito per salvare singole aziende private) per i paesi più poveri».La crisi nata a Manhattan sta lentamente raggiungendo le coste africane e l’impatto sarà durissimo.
Ma al di là delle aride cifre il rischio vero è che questa ondata di povertà inneschi violenze e conflitti.Eppure «l’Africa offre il miglior rendimento di capitale investito del mondo» secondo il ricco uomo d’affari sudanese Mo Ibrahim, uno dei pionieri della telefonia mobile del continente e fondatore di un premio per il buon governo.Insomma un invito a sfruttare la crisi per favorire gli investimenti privati in un continente che offre ancora prospettive di crescita economica.Ma tutto questo di cui abbiamo parlato fino ad ora ha trovato adeguata eco sui mezzi di comunicazione di massa italiani e stranieri’
Ma ha saputo investigare anche sulle ragioni storiche di uno scontro che ha radici lontane, risalenti alla indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1963 con la mancata promessa della distribuzione della terra che resta accentrata nelle mani di poche e richissime famiglie di origini kikuyu.Il Kenya è stato un importante banco di prova per Al Jazeera poiché il paese (nonostante le cicliche vicissitudini, la spietata dittatura di Daniel Arap Moi) resta uno dei più stabili dell’intero continente africano, la cui fedeltà all’occidente (ed in particolare all’Inghilterra) non è mai venuta meno, neanche negli anni delle guerre di liberazione che bruciavano i paesi confinanti.L’unico personale rilievo che posso fare ai servizi trasmessi è però un eccessivo (e sinceramente inspiegabile) indulgere in immagini forti.
Certo al regime di Khartoum basta poco per collocare nella lista nera giornalisti “troppo sensibili” alla questione della martoriata regione dove da cinque anni si combatte una guerra sostanzialmente dimenticata che vede contrapposti proprio gruppi islamici.Una libertà di pensiero che nel giugno del 2004 costò alla tv la sospensione delle trasmissioni da parte del governo algerino, risentito da un dibattito in cui era stata data la voce alle opposizioni.Il sospetto di essere portavoce di Al Qaeda ha nei fatti creato grandi difficoltà di penetrazione nel mercato degli Stati Uniti dove solo pochi providers diffondono via cavo le sue trasmissioni.Oggi in Africa si segue Al Jazeera per la qualità e l’autorevolezza della informazione prodotta anche se si avvertono sinistri scricchiolii per la riduzione dei budget ed un maggior controllo politico che nel 2008 hanno portato 15 giornalisti alle dimissioni.
Fonte:
http://www.articolo21.info/5488/editoriale/informazione-e-africa–al-jazeera-in-africa.html